Una sfida tra madre e figlio vale anche la maratona. La storia di chi ha corso a Valencia

Mamma, moglie, lavoratrice – una vera MML – ma anche maratoneta: vi presento una donna che ha appena concluso la maratona di Valencia. Maria Lucia Deri ha cinquant’anni e vive a Genova. Era alla partenza insieme ad altre ventiseimila persone con il suo pettorale addosso e un’adrenalina buona per smuovere le montagne. Perché c’era andata? Per una scommessa con il figlio, studente di quarta liceo: lo scorso autunno la madre lo aveva spronato a far meglio a matematica: “Impegnati nella verifica di domani e vedi di rimediare un bel sette”.

Il ragazzo non solo non si lasciò intimorire dalle aspettative della madre ma rilanciò: “Se io prendo sette a matematica, tu entro la fine del prossimo anno fai una maratona”.

Lucia era da sempre un’appassionata di corsa, una che scarpe da running ai piedi e cuffiette nelle orecchie e via a correre sul lungomare di Genova. Ma la maratona no, quella era tutta un’altra roba.

La verifica di matematica andò bene e fu valutata da ‘sette’, e a Lucia non restò che accettare la sfida lanciata dal figlio diciassettenne. Cercando di far quadrare le giornate tra il lavoro di architetto e la famiglia (ci sono il marito e due figli maschi), decide di pensarci seriamente.

“Il 2015 – racconta la maratoneta – mi si prospettava già un anno particolare perché avrei compiuto cinquant’anni e avrei festeggiato i venticinque anni di matrimonio, che problema c’era ad aggiungere a questa lista una maratona? Sono più di dieci anni che corro a livello amatoriale e iniziare a fare qualcosa di competitivo mi stuzzicava da tempo. Con il nuovo anno ho iniziato un allenamento mirato, la prima tappa sarebbe stata “La Mezza di Genova” che è un evento riconosciuto a livello internazionale con un circuito di 21,085 chilometri. Per la prima volta mi trovo un pettorale attaccato alla maglietta e alla partenza con altre ottomila persone in una giornata fredda e ventosa. Ce la faccio, rompo il ghiaccio con la mia prima gara. Comincio a pensare che una maratona potrei anche farla”.

Quando hai cominciato a prepararti per Valencia?

“A metà maggio scorso un gruppo di amici runner si stanno organizzando per andare a Valencia, a novembre, e m’invitano a provare. Accetto e comincio gli allenamenti. Serve tanto tempo per preparare la gara e presto mi accorgo che la maratona è tutto quello che sta dietro alla maratona stessa. Seguo il preparatore, un veterano della corsa che da quarant’anni sta in un campo di atletica ad allenare ragazzi e adulti. Ora si occupa anche di me”.

Ma quanto hai corso?

“All’inizio tre allenamenti la settimana e il sabato ‘un lungo’, più o meno come facevo prima, però la qualità delle sedute è cambiata, si lavora anche sul campo, sulla velocità, le ripetute, i recuperi mentre il sabato si inizia a pensare a mettere in memoria i chilometri, prima quattordici, poi sedici fino a venti-ventidue. E siccome la scorsa estate è stata la più calda che io ricordi, andavo a correre la mattina alle cinque e mezzo. Quando arrivavo al lavoro avevo già dato eppure c’era da cominciare a produrre per la società e poi avanti con la famiglia. Durante le vacanze cambia il paesaggio, corro in collina, oltre venticinque chilometri per il “lungo” settimanale in un via vai di colori, odori, animali che attraversano, la natura generosa che mette a disposizione un tesoro infinito. Riprendo a settembre aggiungendo quello che si chiama lo scarico, corsa di un’oretta ad andatura tranquilla che serve a scaricare la tensione e mantenere la preparazione”.

Un impegno serrato e faticoso. Come hai fatto a gestire tutto insieme?

“Con un po’ di organizzazione si riesce a fare. Durante i mesi della preparazione spesso si è insieme ad altri con cui condividere risate, battute, fatica in un clima rilassato perché la corsa è per tutti un momento di relax e divertimento, eppure ciascuno di noi ha un lavoro e una famiglia con tutti i problemi che l’uno e l’altra possono comportare”.

Quando hai raggiunto il top dell’allenamento?

“A fine ottobre ho fatto l’ultimo lungo, quello da trentaquattro chilometri, diciamo la prova generale della maratona. La preparazione è ormai nelle gambe, si pensa a non caricare più il fisico e a mantenerlo con attività di scarico. Per percorrere i fatidici quarantadue chilometri in quel di Valencia riesco a stare sotto alle quattro ore”.

Ma succede l’imprevisto, qualcosa che cambia totalmente l’orizzonte…

“All’improvviso un dolore all’interno del gluteo sinistro, come un morso costante che cresceva d’intensità, faceva sempre più male. Non potevo crederci, a quindici giorni dalla maratona mi ero fatta male… mesi di allenamento, fatica, sacrificio, ore, giorni d’impegno a tutto fiato buttati all’aria. Sconforto e tristezza hanno preso il sopravvento. Mi curavano con laser, tekar e onde d’urto, antinfiammatori uno dietro l’altro ma davanti il buio, la maratona che si dissolveva all’improvviso. Tutti mi dicevano di non preoccuparmi, sono cose che capitano…”.

Chi ti ha dato una botta di fiducia, chi ti ha tirata su?

“E’ stato mio figlio, quello del sette a matematica in cambio di una maratona. Stai tranquilla che la farai, mi disse. Purtroppo andavo a correre e tornavo a casa disperata, avrei pianto se non fosse stato per la dignità. Certo, so perfettamente che le cose gravi della vita sono altre, ma mi pesava vedere andare al vento il mio sogno. Pazienza… Cercavo solo di tenere a bada il dolore per poter andare, piano ma andare”.

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Quand’è arrivato il giorno della partenza com’erano le tue condizioni fisiche?

“Arrivati a Valencia, dopo una giornata da turisti, ho fatto una cinquantina di minuti a corsa nel parco che attraversa la città. Un disastro: correvo tutta storta, non riuscivo neanche a stare dietro agli altri. Sentivo dolore anche al ginocchio e alla caviglia. Intanto che rimuginavo sulle mie condizioni, ho visto che stavano transennando l’area dell’expò dove il giorno dopo sarebbe partita la gara, c’era il tappeto azzurro che accompagna gli ultimi metri verso il traguardo. La mia mente ha continuato a pensare che non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione. Dovevo cambiare il mio obiettivo: non avrei più avuto un tempo da rispettare ma volevo provare a raggiungere il traguardo. Questo volevo fare e questo è quello che sono riuscita a fare”.

Lucia è alla griglia di partenza insieme a persone arrivate da tutto il mondo. Gli italiani sono millequattrocento. E’ appena successo il disastro nel teatro di Parigi e prima del via c’è un minuto di silenzio per i tanti morti. “E’ indescrivibile l’emozione del silenzio di ventiseimila persone – racconta la maratoneta – Poi si parte”.

Cosa ti ha colpito di più durante la gara?

“L’incitamento lungo tutto il tragitto. Ad ogni passo gente che ti spinge, ti sprona, ti carica e ti chiama per nome, alla spagnola ‘Lusìa, Lusìa’ e ancora ‘Animo Lusìa’! E poi ballerini, suonatori di tamburi, sbandieratori c’è una grande festa intorno a noi per tutti e quarantadue i chilometri. La prima mezzora è un po’ più critica, quella della verifica della mia tenuta, poi sento che posso continuare ancora un po’, inizio a macinare chilometri, gli altri mi superano ma voglio mantenere l’andatura giusta per me e per le mie gambe, con costanza, senza strafare. Sono ore di grande gioia e di grandi pensieri: c’è tempo per stare con se stessi, senza cellulare, senza nessuno che chiede qualcosa. Posso pensare liberamente alle persone che amo, ai miei ricordi più cari e via via che corro sento che voglio farcela, quella medaglia la voglio al collo. Quando leggo il cartello del chilometro quaranta penso che ormai quei 2,195 chilometri che rimangono sono proprio niente e accelero, supero quelli che ho davanti, sento la forza crescere dentro, una forza nuova, mai sentita prima, una gioia grande. Quando entro dentro alla Città dell’Arte e della Scienza, dov’è il traguardo della Maratona, e rivedo le transenne che mi avevano tanto angosciata prima della gara so che ci siamo quasi, vedo mio marito al di là di una transenna, sento che mi sta incitando, urla di gioia ed io comincio a calpestare il tappeto azzurro, quella striscia di cielo in terra che ho sempre sognato di avere sotto le scarpe. Quando sento il ‘bip’ del mio microchip significa che ho tagliato il traguardo e sono la bellezza di quattro ore e cinquantadue minuti che corro senza mai fermarmi. Ce l’ho fatta”.

Grazie ad un’app sullo smartphone, i figli di Maria Lucia hanno potuto seguire tutto il percorso della madre e tenere le dita incrociate perché riuscisse a farcela.

Quale insegnamento si può trarre da un’esperienza come quella di Valencia?

“Se teniamo a qualcosa dobbiamo provarci. La corsa, così come molte pratiche della vita, si portano avanti con tutti noi stessi, e allora come scrive il saggista giapponese Murakami si corre con le gambe ma anche con il cuore e con la testa”.

Anche una MML – madre moglie lavoratrice – può tagliare il traguardo della maratona?

“Certo che si può e non dimenticherò mai la gioia, il senso del trionfo provato quando correvo sul tappeto azzurro. Nel gruppo di Genova, quello con cui sono andata a Valencia, c’erano molte mamme runner, tutte madri di due o tre figli ciascuna, e sono donne che lavorano ma che amano portare avanti questo percorso mentale e materiale che è la corsa. E’ una pratica che affina ed eleva il nostro rapporto con la natura, con l’ambiente che ci sta intorno, è un modo di percepire lo spazio in maniera diversa rispetto al solito. E’ una sfida con se stessi che dà grande soddisfazione”.

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