Tra smartphone e partite di calcio, una chiacchierata davanti al frigo vuoto

“Il frigo è vuoto” dice Plonerino grande con una mano abbarbicata alla maniglia e la testa protesa fra le griglie bianche.

“Lo vedo” rispondo frizzantina.

I suoi occhi luminosi si spalancano su di me a punto di domanda.

“Non ho avuto tempo di fare la spesa” spiego.

“La prof. dice che non dobbiamo mai giustificarci usando il tempo come motivazione” fa lui.

COSAAAA? La prof., la motivazione, giustificarsi usando il tempo?

Aiuto! C’è qualcosa che non va.

Allora, proviamo a ragionare… Ho davanti un bel tipo in piena adolescenza, studente nel bel mezzo della traversata scolastica, verifiche e interrogazioni a raffica per la fine imminente del quadrimestre, allenamento di calcio sospeso da una settimana per l’influenza e come se non bastasse un problema di portata interplanetaria: il suo smartphone da stamani si spegne all’improvviso e poi si riavvia e dopo un po’ di nuovo si spegne e altrettanto improvvisamente si rianima.

“Il frigo è vuoto, effettivamente è vero” ribadisco avvicinandomi allo sportello che lui tiene ancora per la maniglia come uno scalatore sulle “prese” da arrampicata.

“Già”.

Né urla né sbraiti né nulla. Plonerino è affranto e con questo suo tono dimesso e sconsolato mi ha spiazzata.

Vedi le madri… prima ci lamentiamo perché i ragazzi chiedono, insistono, vogliono, resistono, gridano. Quando poi scelgono il silenzio per far sapere che qualcosa non va, ci preoccupiamo subito.

“Ti girano, eh?” ho provato.

“A mille”.

“Non sei convocato alla partita per via dell’influenza?” indago.

“Per forza”.

“E domani c’è filosofia?” vado avanti.

“Già…”.

In questi casi una merenda con panino farcito da sei a otto strati attenua di molto il malumore. Ma il frigo è vuoto, in effetti.

“Possibile che non ci sia nemmeno un po’ di maionese, un po’ di parmigiano… nulla” dico controllando anche con la mano fra le uniche due presenze sui ripiani del frigo: un piatto con tre filetti di platessa e un pentolino con avanzo di fagiolini al pomodoro.

Plonerino indietreggia e si appoggia al lavello dopo aver sfilato lo smartphone dalla tasca dei jeans.

“Ora va” sussurra mostrandomi l’inseparabile telefono.

“Comunque ‘sto telefono dobbiamo farlo vedere” dico.

“Sì, certo, e io cosa faccio mentre LO-FAI-VEDERE?”.

Ora la luce nei suoi occhi è cambiata, quei fari chiari brillano un po’ meno di prima.

“Aspetti nel negozio tenendo le dita incrociate?”.

No, mamma cara, no! Non si fanno questi falli mentre l’azione di gioco è a un passo dall’area. E’ pericoloso, dovresti saperlo ormai… tu che bazzichi i campi di calcio molto più dei saloni di parrucchiera.

“Cosa fai, la ganza? Ho il telefono morto e fai le battute?”.

“Ma non è morto! Magari ha qualche contatto che ha bisogno di un controllino…”.

“Ascolta, senza telefono non se ne parla! Trova un modo”.

Ecco, ora si va sul difficile. Con le verifiche a scuola ci si può fare, con un partita di calcio guardata dalla panchina pure, si può sopravvivere. Perfino al frigo vuoto si può trovare una soluzione. Ma con lo smartphone guasto no, niente può essere più come prima.

“Stai tranquillo, lo facciamo sistemare”.

“Ma quando, QUAN-DO?”.

Riprendo il ragazzotto con lo sguardo per riportarlo nei binari della buona educazione.

Plonerino capisce: “Insomma, hai detto che stasera non hai tempo per andare a far vedere il telefono…”.

“Ma la prof. ha detto che non dobbiamo mai giustificarci usando il tempo come motivazione!” rispondo soddisfatta già assaporando il sapore della vittoria.

Lui abbozza un sorriso, lo vedo appena perché gira la testa ma so che sta sorridendo.

“Allora mi porti a sistemare il telefono?” chiede voltandosi.

Ora gli occhioni sono di nuovo belli accesi.

Ci scambiamo un “cinque”.

“E mentre usciamo che ne dici di fermarci anche a fare merenda?” aggiungo.

“Pizza e coca?” propone.

“Andiamo” dico richiudendo lo sportello del frigo.

Vedi la fortuna di non aver fatto la spesa e di avere il frigorifero che nemmeno dopo una bomba atomica.

Esco con Plonerino grande!

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